La responsabilità del medico in merito al danno iatrogeno differenziale: nuovi risvolti giurisprudenziali in merito ai criteri di liquidazione

di

Pasquale Mautone e Alessandra Riccardi.

 

 

La disciplina della valutazione del danno cd. “iatrogeno” e dei criteri di liquidazione del danno in caso di responsabilità medica rappresenta un argomento assai delicato e dibattuto nella Giurisprudenza di merito, infatti è stato oggetto di rilevanti risvolti anche in seguito ad un recente intervento di merito della prima sezione civile del Tribunale di Milano (sentenza del 30.10.2013).

Appare utile evidenziare che per danno cd.“iatrogeno” si intende l’aggravamento ascrivibile alla condotta imperita del medico delle conseguenze di un fatto dannoso già verificatosi e non imputabile al medico.

Ne consegue che il danno non patrimoniale prodottosi è riconducibile a due condotte distinte: una condotta originaria prodotta da un terzo (ad esempio il responsabile di un sinistro stradale), e la condotta del medico, chiamato a curare il soggetto leso, che, invece, ne causa un aggravamento.

Orientamento consolidato giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sent. n. 16503/2009), in relazione al nesso causale, riteneva che del danno complessivo causato al soggetto leso ne rispondevano, in  solido, ex art. 40 e 41 c. p., ed ex art. 2055 c. c., sia il terzo, autore della lesione originaria, che il medico, a prescindere dai rispettivi gradi di responsabilità e di incisività ascrivibile alle singole condotte rispetto all’entità del danno finale.

Tuttavia, notevoli risvolti sul tema de quo si sono susseguiti, ancorché il Tribunale di Milano (sentenza del 30.10.2013), nel valutare il danno iatrogeno come “danno disfunzionale che si inserisce in una situazione in parte già compromessa, rispetto alla quale si determina un incremento differenziale del pregiudizio”, ha ritenuto, sotto il profilo della casualità giuridica, che, a prescindere da quale soluzione ed impostazione si voglia attribuire alle problematiche inerenti al danno iatrogeno, occorre la necessità di procedere ad una selezione delle conseguenze, nell’ambito della complessiva situazione di invalidità della parte lesa, per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo di risarcimento a carico del medico operante.

Inevitabilmente occorre che tale principio si rifletta anche sui criteri liquidatori del danno, i quali non possono prescindere dal rilievo che assume la situazione preesistente a quella della condotta del medico.

Infatti, è necessario, in primis, che non gravi sul medico una misura di danno da risarcire incrementata da fattori esterni alla sua condotta medica, inoltre, è opportuno che la liquidazione di tale danno sia rapportata ad una concreta verifica delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa.

In particolare, il Tribunale di Milano si rifà ad un indirizzo diverso della Cassazione, nonché più recente (Cass. civ. sent. n. 20996/12) dal quale si evince la necessità, da parte del Giudice, di accertare, sul piano della casualità materiale, l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 c. p., così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica, allo scopo di evitare l’attribuzione all’autore della condotta, responsabile tout court sul piano della casualità materiale, un obbligo risarcitorio che comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento del danno, bensì alla pregressa situazione patologica del danneggiato.

Tale ragionamento, ampiamente condiviso, trova fondamento sul principio giurisprudenziale (Cass. civ. 24408/11, in tal senso Cass. civ. 9528/12) secondo cui “non sussiste nessuna responsabilità dell’agente per quei danni che non dipendano dalla sua condotta, che non ne costituisce un antecedente causale, e si sarebbero verificati ugualmente anche senza di essa, né per quelli preesistenti, aggiungendosi, peraltro, debbono essere addebitati all’agente i maggiori danni, o gli aggravamenti, che siano sopravvenuti per effetto della sua condotta, anche a livello di concausa, e non di causa esclusiva, e non si sarebbero verificati senza di essa, con conseguente responsabilità dell’agente stesso per l’intero danno differenziale”.

Ne consegue che, dal punto di vista della liquidazione del danno non patrimoniale da danno iatrogeno, il criterio da adottare, al fine di un esercizio equo del Giudice, sia il ricorso alle tabelle del Tribunale di Milano utilizzate per la liquidazione del danno non patrimoniale, utilizzando, come dato relativo concernente la misura differenziale, il suo rilievo di base (al fine di evitare che l’obbligo risarcitorio del debitore sia automaticamente maggiore, in dipendenza di fatti e di condotte già da altri causati o preesistenti), e, quindi, adeguatamente rimodulato in considerazione della vicenda clinica e della situazione concreta della parte lesa.

Da ciò ne deriva una “personalizzazione” del danno non patrimoniale iatrogeno, per il quale si computa, come dato di partenza, quello di base individuato dalle tabelle del Tribunale di Milano, adeguando la determinazione del risarcimento base, in aumento o in diminuzione, alla condizione concreta della parte lesa, senza alcun prefigurato e rigido vincolo in aumento o in diminuzione.

In conclusione, il medico sarà obbligato a risarcire esclusivamente quella parte di danno e di lesione che, eziologicamente e concretamente, è stato causato dalla sua condotta, e, quindi, sarà responsabile del cd. danno “iatrogeno differenziale”.

avv. prof. Pasquale Mautone

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avv. pr. Alessandra Riccardi

 

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