Sulla natura contrattuale della responsabilità medica ed il riparto dell’onere della prova

 

di

 

PASQUALE MAUTONE e ANTONELLA STORTI

 

Tribunale di Napoli - VIII sezione civile - 07 Luglio 2016, n. 8505 - Giudice dott. M. Amura.

 

ABSTRACT

 

The Court of Naples takes a position on the contractual nature of medical liability, in order to remark that the injured patient only needs to prove that medical malpractice occurred and it was able to cause damage. To the contrary, the medical professional must be able to prove that he wasn’t negligent in treating the patient, or that there wasn’t any causal connection between the health care professional’s deviation from the standard of care and the patient’s injury.

 

ABSTRACT

 

Il Tribunale di Napoli affronta la questione della natura contrattuale della responsabilità medica, sottolineando che il paziente danneggiato deve soltanto provare inadempienze qualificate che siano idonee a porsi come causa del danno. Al contrario, il professionista medico ha l’onere di dimostrare di non aver agito con negligenza nei riguardi del paziente, o che, seppur vi sia stato un inesatto adempimento della prestazione, ciò non abbia avuto incidenza causale sulla produzione del danno.

 

Sulla natura contrattuale della responsabilità medica ed il riparto dell’onere della prova.

 

Nota a Trib. Napoli sez. VIII civile, 07 Luglio 2016, n. 8505

 

Con la sentenza in commento, il Tribunale di Napoli, VIII sez. civile, sulla scorta della giurisprudenza di Cassazione, si è pronunciato in ordine alla natura contrattuale della responsabilità del medico nei confronti del paziente, per danni derivanti dall’esercizio di attività aventi carattere sanitario. In capo al paziente è posto l’onere di dedurre inadempienze qualificate che siano idonee a porsi come causa o concausa del danno. Al debitore convenuto spetta, invece, l’onere di dimostrare o che non possa essere mosso, nei suoi riguardi, alcun rimprovero di negligenza, imprudenza o imperizia, o che, seppur vi sia stato un inesatto adempimento della prestazione, ciò non abbia avuto incidenza causale sulla produzione del danno.

 

Parte attrice, dopo essere stata sottoposta ad intervento chirurgico presso l’AZIENDA OSPEDALIERA … , lamentava un aggravamento anatomo-fisio-patologico ed imputava tale condizione di fatto ad un inesatto adempimento della prestazione medico-sanitaria da parte dei Curanti. In particolare, sostenendo che l’intervento avrebbe dovuto essere eseguito, come da consenso informato, con l’interposizione di una “gabbietta” tra i corpi vertebrali, la quale, però, non era stata applicata, provocando una fusione ossea, con conseguente compromissione della funzionalità del rachide ed alta probabilità di consequenziali neuropatie. La convenuta, invece, evidenziava l’impossibilità di far dipendere da una scelta chirurgica, da effettuarsi caso per caso al momento dell’intervento, quale quella di applicare o meno la “gabbietta”, l’insorgere di responsabilità medica per inesatto adempimento della prestazione.

 

Dottrina e giurisprudenza si sono, a lungo, interrogate circa la natura della responsabilità in esame. A fronte della consueta bipartizione tra responsabilità “contrattuale” ed “extracontrattuale”, si è cercato di sviluppare un terzo genere di responsabilità, denominata “da contatto sociale”, che si inquadra pur sempre nell’ambito contrattuale, anche se ha origine da un altro tipo di rapporto. Col termine “contatto sociale” si intende il rapporto che si instaura tra due soggetti – nel caso di specie, paziente e professionista medico – in virtù non di un accordo tra le parti, ma di un obbligo legale e della posizione di garanzia ricoperta da uno dei due soggetti, i.e. il medico, nei confronti della controparte.

 

Con riguardo al profilo del nesso causale occorre sottolineare la grande evoluzione negli orientamenti giurisprudenziali in materia di responsabilità medica. Per lungo tempo la Cassazione ha ritenuto che, ai fini della sussistenza del nesso causale, fossero necessarie delle apprezzabili probabilità di successo del comportamento omesso, ma dovuto, da parte del medico, ad una lettura più garantista. Lo spartiacque tra le due concezioni del nesso causale in ambito di medical malpractice è segnato dalla sentenza “Franzese” della Suprema Corte a Sezioni Unite del 2002, la quale afferma che la prova del nesso causale dev’essere raggiunta in termini di certezza processuale, “oltre ogni ragionevole dubbio.” In sostanza, bisogna dimostrare in modo certo che, se il medico avesse tenuto un comportamento corretto, il paziente si sarebbe salvato o comunque non avrebbe subito il danno iatrogeno, in concreto, verificatosi. Per arrivare a tale risultato probatorio, il giudice dovrà attingere alle c.d. leggi scientifiche di copertura, ossia l’insieme degli studi, ricerche e sperimentazioni eseguite in medicina sul fenomeno medico oggetto di giudizio, opportunamente confrontate con le circostanze del caso concreto ed anche la prova logica, secondo i criteri probatori normalmente utilizzati in ambito processualpenalistico. Il nesso causale sarà ritenuto sussistente soltanto quando, esclusa la riconducibilità dell’evento lesivo ad un decorso causale alternativo, sia possibile affermare in termini di elevata credibilità razionale ed alta probabilità logica che la condotta omissiva del medico ha provocato l’evento pregiudizievole subito dal paziente.

 

Il medico è colposamente inadempiente per imprudenza, imperizia e negligenza – si parla in tal caso di colpa generica – oppure quando non ottempera a leggi, regolamenti, ordini o discipline – colpa specifica. Le regole di diligenza e prudenza non assumono particolari o diverse connotazioni nell’ambito della colpa professionale, ma sono valutabili alla luce della specifica attività esercitata, tenuto anche conto delle condizioni di fatto che si presentino al momento dell’intervento. La negligenza si sostanzia in un comportamento improntato a trascuratezza, disattenzione, inadeguata preparazione. In questo caso, il medico risponderà anche solo per colpa lieve in sede civile. La diligenza esigibile dal medico andrà apprezzata in concreto, anche in virtù delle strutture tecniche a sua disposizione. E’ pur vero, però, che eventuali carenze della struttura ospedaliera ove il medico presta la propria opera professionale non lo esentano da responsabilità automaticamente, in quanto quest’ultimo dovrà, in ogni caso, adottare tutte le misure necessarie ad ovviare tali carenze. L’imperizia si sostanzia nella mancanza di adeguata preparazione scientifica ed opportune cognizioni nella materia oggetto della propria opera professionale, ovvero nel cattivo uso di mezzi, strumenti e tecniche del settore.

 

In virtù della posizione di garanzia che il medico ricopre rispetto al bene della salute del paziente, si ritiene sufficiente, per l’insorgere di responsabilità a suo carico, l’instaurazione di una relazione terapeutica tra quest’ultimo e il paziente.

 

Ai sensi del d.l. 158/2012 c.d. Decreto Balduzzi: “L’esercente le professioni sanitarie che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 del codice civile.” La dottrina e la giurisprudenza qualificano la colpa medica secondo un paradigma comune che prescinde dal definire esattamente la natura della responsabilità del medico. Infatti, il criterio di imputazione soggettivo della responsabilità del sanitario viene, aprioristicamente, valutato in base al combinato disposto degli artt. 1176 e 2236 c.c. Secondo una lettura combinata delle due norme, l’operato del medico andrebbe valutato alla luce della natura dell’attività esercitata, ma se la prestazione richiede la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non per dolo o colpa grave. Accogliendo la tesi esposta nella pronuncia in commento, occorre rilevare che la giurisprudenza, fino ad alcuni anni fa, era costante nel ritenere che la prestazione del medico dovesse essere inquadrata nelle obbligazioni di mezzi; tale categoria si caratterizza per il fatto che la prova liberatoria del debitore consiste nel dimostrare di aver eseguito diligentemente la prestazione, senza dover provare lo specifico evento impeditivo del prodursi degli effetti voluti. Sostanzialmente, secondo tale impostazione, se il paziente allega il peggioramento delle condizioni di salute a fondamento della propria pretesa risarcitoria, spetterà al medico, per liberarsi dalla responsabilità, dimostrare di avere adottato tutta la diligenza di tipo qualificato richiesta alla luce del caso di specie. Le circostanze de qua, se particolarmente complesse, giustificheranno l’errore dipendente dalla lieve imperizia.

 

La decisione in esame inquadra la controversia nell’ambito della responsabilità medica e/o delle strutture sanitarie. Richiamando l’autorevole giurisprudenza di Cassazione, il Magistrato ha provveduto ad esporre una serie di criteri di cui, ormai, “non si può non tener conto nell’esaminare controversie in materia di responsabilità medica.” In particolare, si afferma l’irrilevanza della natura pubblica o privata della struttura sanitaria in cui il paziente era ricoverato, ai fini della natura della responsabilità in esame. Infatti, la Suprema Corte ha sottolineato che, sia la struttura sanitaria che il medico dipendente dalla stessa incorrono in una responsabilità di tipo contrattuale, la quale, però, ha origine non da un contratto vero e proprio, bensì dal c.d. “contatto sociale.” Con specifico riferimento alla struttura sanitaria, viene rimarcata la natura del contratto c.d. “di spedalità” intercorrente tra quest’ultima ed il paziente, con tutte le conseguenze e gli obblighi che ne derivano. Pertanto, la struttura è certamente tenuta a rispondere per via contrattuale delle obbligazioni direttamente poste a proprio carico, ma anche dell’opera dei propri dipendenti. A tal proposito, sottolinea la Suprema Corte, che non rileva la circostanza per cui il medico che eseguì l’intervento chirurgico fosse o meno inquadrato nell’organizzazione aziendale dell’ospedale, né che lo stesso fosse stato scelto dal paziente o fosse di sua fiducia. Alla luce delle esposte premesse è possibile comprendere la successiva evoluzione giurisprudenziale della Corte di Cassazione, richiamata nella sentenza in commento. Infatti, il Giudice di legittimità afferma che il riparto dell’onere della prova inerente la responsabilità contrattuale si applica anche nel caso di medical malpractice, ma con una differenza: considerando superata la distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, l’allegazione del paziente/creditore non può limitarsi ad un qualsiasi inadempimento, bensì deve riguardare un inadempimento c.d. qualificato, idoneo a costituire causa astrattamente efficiente della produzione del danno. Facendo applicazione di tali principi al caso di specie, il Giudice è arrivato alla conclusione che, “pur avendo l’attore assolto all’onere di allegazione dell’inesatto adempimento sullo stesso gravante (inadempimenti consistenti nell’esecuzione di una tipologia di intervento diversa da quella indicata nel caso di specie […]) è difettata la prova dell’esistenza di un nesso di causalità tra le condotte, commissive e/o omissive indicate in citazione ed imputate ai sanitari della convenuta ed il paventato danno iatrogeno.”

 

avv. prof. Pasquale Mautone

 

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dott.ssa Antonella Storti

 

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